Ambientazione

Perché i tuoi romanzi sono ambientati prevalentemente in Italia?

Non è stata una scelta studiata. Penso in italiano e in italiano esprimo i miei pensieri. Nel momento in cui ho preso la penna in mano per raccontare una storia, mi è venuto spontaneo ambientarla nella mia città, Roma. In seguito ho scritto anche qualche romanzo ambientato in Inghilterra: un po’ per divertimento, per vedere se la cosa mi sarebbe riuscita, e po’ per assecondare le richieste del mercato, che non può essere del tutto ignorato.

Originalità

Nei tuoi libri, sembra che tu non segua un filone, ma che ognuno sia una cosa a sé, diverso dal precedente.

In effetti, gran parte del divertimento di scrivere consiste proprio in questo: esplorare una diversa emozione dell’animo umano, un ambiente diverso, diverse categorie sociali e situazioni. Seguire un filone facilita il lavoro, ma alla fine riduce la scrittura a una catena di montaggio –noiosa per chi scrive, noiosa per chi legge. Anche se la ripetitività non è un aspetto da scartare, nel nostro lavoro. Chi ci legge si aspetta una storia rispondente al nome che c’è sulla copertina, ed è probabilmente uno dei motivi per cui ci sono scrittrici che adottano pseudonimi diversi a seconda del sottogenere che scrivono, anche all’interno del romance. Probabilmente avrei fatto bene a farlo anche io, per due miei romanzi con una connotazione più brillante.
Tutta la letteratura d’intrattenimento si fonda sulla fiducia: ti conosco, so cosa aspettarmi da te. Ma questo è particolarmente vero per il romance. Chi apre un romanzo rosa vuole sapere dal principio che quel che vi troverà risponderà alle aspettative. Se così non è, si sente truffata, c’è come un senso di tradimento. Più di ogni altro genere, il romanzo rosa comunica con l’emotività profonda di chi legge: se è in sintonia, si verifica quel meraviglioso senso di possessione che tutte conosciamo, quando non vogliamo lasciar cadere un libro neppure per andare a dormire, neppure per mangiare. Ma se è dissonante, provoca una reazione di rifiuto fortissima. Questo non è un ambito in cui si possa spingere un prodotto fingendo che sia qualcosa di diverso da quel che è in realtà. La ripetitività, magari noiosa, è però confortante. Rassicura che tutto quello che uscirà dalla fabbrica xy sarà magari non eccelso, ma conforme alle aspettative. Secondo me questa è la ragione del successo di autrici che sembrano sfornare sempre lo stesso libro.

Genere

E questo non è un limite del genere?

È anche la sua forza. Noi scrittrici di letteratura rosa siamo quelle che tengono a bada i draghi, i mostri della mente: che li vogliamo chiamare dolore, depressione o ansia. E’ questo il fondamento del nostro patto di fiducia con le lettrici. Che alla fine, sono anche disposte a spingere i limiti un po’ più in là, purché sappiano dove metteranno i piedi… o meglio il cuore. Non in una storia che finirà per straziarglielo a tradimento.

Ci si chiede spesso perché si leggano i romanzi rosa. Ma perché scegliere di scriverli?

Per quanto mi riguarda, per lo stesso motivo per cui li leggo. Il romance è un’isola felice in cui quello che si rompe si aggiusta, il male viene punito, il bene, magari alla lunga, premiato. E l’amore - contrastato, conteso, perseguitato, sofferto che sia- alla fine ottiene il suo meritato premio. Perfino le parentesi più sgradevoli potranno essere sopportate in vista della certezza della lieta fine.

Non sarà che si scrivono perché è più facile?

Scrivere letteratura rosa, se si fa col cuore, può essere facile in quanto è puro godimento. Ma non è per niente facile scrivere un buon romanzo rosa, soprattutto uno storico. Si tratta di un misto di ingredienti diversi che devono essere dosati nella giusta misura. La ricostruzione storica, i personaggi, il plot, sono importanti. Ma più importante ancora, come in un romanzo giallo, quello che deve sempre essere presente è la tensione. La tensione è il filo che tiene uniti tutti questi elementi, e che attraversa tutta la storia, conducendo il lettore dall’inizio alla fine, garantendo che continuerà a girare le pagine. Noi scriviamo delle storie d’amore ambientate in un determinato periodo storico. Non scriviamo un romanzo storico con all’interno una incidentale storia d’amore. E riuscire a mantenere la tensione in un romanzo in cui il finale non è certo un mistero non è affatto semplice. Fallire in questo obiettivo è come tirare una freccia magari lontanissimo, ma mancando il bersaglio.  Un buon tiro sprecato.

Hai mai avuto la sensazione di aver tradito questo patto di fiducia?

Probabilmente all’inizio sarò apparsa una sorta di ufo, a causa dei miei personaggi piuttosto fuori dei modelli tradizionali… dei cliché, se li vogliamo chiamare così. E sono certa che qualche lettrice può essere rimasta disturbata dai miei numerosi non-duchi e non-maschi alpha, dai miei eroi spiantati e dalle mie eroine non sempre immacolate. Ma chi mi legge ormai sa cosa aspettarsi, e apprezza le mie storie proprio per questo motivo. Il che significa, come dicevo prima, che i limiti in fondo si possono spingere un po’ più in là… ma con moderazione.

In effetti nelle tue storie c’è una percentuale di eroi inconsueti superiore alla norma.

Già, i miei eroi spiantati, come dicevo prima. Di solito nel cliché del romanzo rosa siamo abituate a eroi aristocratici e ricchi, e l’eroina nel corso della storia è costretta al grande sforzo di rinunciare alla sua indipendenza, o alla sua integrità, per seguirli nei loro palazzi dorati… Che fatica, eh?
Ultimamente ho letto un regency in cui un’eroina priva di mezzi, senza una casa propria, senza famiglia né prospettiva di lavoro, per tutto il corso del libro non fa che protestare di non volersi sposare. E io non ho fatto che chiedermi: ‘E che accidente pensi di fare, allora?’. Restando nella legalità, s’intende.
Il cliché, quando è troppo spinto, non è più rassicurante, ma diventa ridicolo.
I miei protagonisti non sono mai supereroi. Sono uomini e donne che per qualche motivo spesso si sono perduti per strada e devono ritrovare il loro destino. Il mio divertimento consiste nello scoprire in che modo riusciranno a superare le loro barriere mentali, i pregiudizi, la paura del giudizio altrui per seguire il proprio cuore. È questa difficoltà a rendere stimolante il percorso.
Tra i miei protagonisti maschili c’è una buona percentuale di spiantati, altri sono uomini… quasi… normali –se lo fossero del tutto temo che non interesserebbero nessuna di noi. Chiamarli eroi mi sembra anche una forzatura letteraria, almeno all’inizio.  Eroi lo diventeranno, ognuno a suo modo, nel tempo del romanzo, sconfiggendo ciascuno il proprio personale drago. Che può essere un nemico fisico, ma anche mentale.
E quanto alle mie eroine, in genere sono creature coraggiose, ma del coraggio delle donne: il coraggio di credere nell’amore e nella fiducia, di perdonare, o di non farlo e ricominciare da capo, di sfidare le convenzioni… magari solo alla fine… E anche di abbandonare i sogni e i progetti che altri avevano fatto per loro. Ma non sono creature eroiche in senso stretto, non sono guerriere o crocerossine, spadaccine o femministe ante litteram. E neppure martiri professioniste. Sono donne nella norma del loro tempo, spesso un po’ intaccate nella morale o nell’animo, che trovano nell’amore e in se stesse, innanzi tutto, la forza per cambiare la loro vita.

Cosa hai in mente quando crei i protagonisti dei tuoi romanzi?

Ho in mente l’idea del viaggio. Nessuno dei miei protagonisti resta identico dall’inizio alla fine. Il romanzo racconta la storia del loro cambiamento, del modo in cui, partendo da entità separate e a volte inconciliabili, intraprendono il viaggio che li condurrà a incontrarsi, a influire l’uno sull’altra, a cambiarsi a vicenda e ad amarsi. Nessuno esce indenne dall’amore. Tanto meno uno dei miei personaggi.


                                                  Torna a Media

 


 

 

  

  Grafica e sito di Silvia Basile
Immagine di Max Ginsburg - www.ginsburgillustration.com
Risoluzione video consigliata 1024 x 768