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E giunse una stella...
La missione di Viola
 

 

Primo racconto dell'antologia "Baciami sotto l'albero" de "I Romanzi" Mondadori - dicembre 2010.

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E giunse una stella...

Bagni,  Toscana
1875

  —Non esiste alcuna giustificazione al mondo.— La signora Colucci sistemò con attenzione la tazza vuota sul tavolino da tè. —Uno scapolo dotato di mezzi propri e in buone condizioni fisiche ha l’obbligo morale di ammogliarsi. Dovrebbe esistere una legge, al riguardo.
   —Questo significherebbe spingersi troppo oltre —commentò la sua ospite, imitandola con prudenza ancora maggiore. Quello era il suo servizio buono, l’unico sopravvissuto indenne alle manine irrequiete di quattro bambine, e per ciò stesso il prediletto
   —Una legge!— L’altra inalberò il mento, rivelando l’ampia pappagorgia tremolante. —Gli uomini dovrebbero essere costretti a sposarsi, così come vanno a fare il servizio militare. In un caso come nell’altro, si tratta di compiere il proprio dovere nei confronti della Patria. Chi si rifiuta è da considerarsi un renitente e andrebbe messo agli arresti.
  
Le figlie, due giovani donne che l’imponenza della madre rendeva d’aspetto ancora più disadorno di quanto non fossero, annuirono, portandosi quasi all’unisono la tazza alle labbra.
   Un lieve scoppiettio risuonò nella stanza, interrompendo il monotono acciottolio delle porcellane: qualcosa di simile ad una risata soffocata, che attirò gli sguardi delle presenti nella  direzione da cui proveniva.
   Un volto dotato ancora dell’intatta levigatezza della gioventù, con un accenno di rosa sulle guance, vivaci occhi azzurri e una piega capricciosa delle labbra oppose un’espressione beffarda a quella interrogativa delle altre.
   —Vostra sorella soffre di qualche imbarazzo di stomaco?— chiese con aria altezzosa la signora Colucci, sollevando un sopracciglio. —Sono fastidi frequenti, tra le vedove di una certa età.
   —È vero— replicò l’interessata in tono mite. Talvolta sono sopraffatta da intensi attacchi di nausea.
   Le due donne sostennero l’una lo sguardo dell’altra per qualche istante.
   —Vi suggerisco l’uso della camomilla— disse infine la più  anziana, iniziando ad alzarsi con  la maestosità di una bandiera di combattimento issata sull’albero di una nave.  —O una tisana di alloro. È ottima per i disturbi di stomaco.
  
—Farò tesoro dei vostri consigli.— La giovane donna chinò il capo con un sorriso dall’ironia così  lieve da passare quasi inosservata.
   Ma non a chi la conosceva come la sorella, che nell’alzarsi per accompagnare le ospiti alla porta le si pose  di fronte nascondendola alla loro vista.
   —È stato un bel pomeriggio— farfugliò Elvira, agitandosi attorno alla voluminosa mole della  Colucci. Dovete tornare presto a trovarci. È sempre un piacere, per noi
   —Un piacere, per noi— le rifece il verso Delia, non appena le altre furono sparite oltre la porta.
  
Balzò in piedi dalla poltrona e mosse qualche passo irrequieto per la stanza. A ventinove anni non  si considerava affatto “di una certa età”, e neppure credeva di sembrarlo. Tuttavia, c’era sempre qualche signora caritatevole pronta a rammentarle la sua condizione, e ormai in ogni occasione mondana le capitava di venire risucchiata nel circolo delle donne più avanti con gli anni.
   —Ebbene sì, mia cara, sei una signora matura. L’irritazione che provava era solo in parte causata dalla sgarbata allusione della signora Colucci, e il divertimento per le sue ridicole considerazioni sugli scapoli non era del tutto genuino. Proprio lei non poteva ignorare l’importanza per una donna di contrarre un buon matrimonio.
  
Innervosita, sollevò da una mensola la statuina raffigurante una pastorella, una di quelle cosine fragili e del tutto inutili di cui Elvira amava circondarsi, per poi agitarsi e rabbrividire ogniqualvolta a qualcuno capitava di sfiorarle. La esaminò rivoltandola da  ogni  parte, come se non l’avesse mai vista.
   —Delia!
  
L’esclamazione la fece sussultare.
  
—Delia— ripeté Elvira, respirando a fatica. Le si avvicinò e allungò la mano tremante verso di lei. —Ti prego, fa’ attenzione. Non  sopporterei se dovessi romperla.
   —Non avevo alcuna intenzione di farlo— rispose lei consegnandole la statuina. —Oh, sono esausta! sbuf, compiendo un giro su se stessa. Un’ora in compagnia della signora Colucci è in  grado di prosciugare le mie energie.
  
Non è questa l’impressione che ho  avuto poco fa— la contraddisse la sorella, rimettendo la pastorella al suo  posto. Anzi, mi sei parsa in  possesso di tutte le tue facoltà.
   — Sono certa di non aver pronunciato una sola parola fuori luogo.
   —Non è stato necessario: il tuo viso parlava più delle parole.— Elvira sospirò. Spero proprio che tu non abbia compromesso le possibilità di Desirée di essere accolta nel Circolo del cucito!
   — Desirée? Ma se ha solo quattordici anni!  E poi cosa c’è di tanto attraente nell’associarsi a un branco di femmine dedite al cucito?
  
Le signore che frequentano il Circolo appartengono alla crema della  società cittadina. I loro figli hanno i nomi migliori, un’educazione superiore e le prospettive più vantaggiose. E io io ho quattro figlie!
   Sul viso le comparve l’espressione afflitta che sempre accompagnava questa considerazione. Il compito di sistemare adeguatamente quattro femmine non era da prendersi sottogamba, e Delia, che ne era consapevole, annuì.
   — Però mi sembra presto per preoccuparsi— obiettò. —Non vorrai trascorrere i prossimi dieci  anni leccando le scarpe a quella virago.
   —Io non lecco  le scarpe! La voce di Elvira si fece acuta e l’indignazione accese sulle sue guance due pomelli rossi. —Mi limito a riceverla con cortesia, come un qualsiasi altro ospite, guardandomi bene dal prendermi gioco  delle sue convinzioni.
   — Belle convinzioni davvero. Fosse per lei, gli scapoli sarebbero tutti agli arresti.
  
Sulle labbra della sorella spuntò un pallido sorriso.   Poveretta. Anche lei ha due figlie da accasare, e non sono molto Come dire?— Tossì  piano, dietro la mano piegata.
   —In questa città gli uomini sono diventati refrattari al matrimonio o la signora Colucci alludeva a qualcuno in particolare?
   —Si riferiva ad  un  piccolo circolo di  gentiluomini che  ruota attorno al marchese Del Rio,  e in particolare al conte Giano, l’anima perduta della  nostra cittadina, nonché preda ambita di ogni madre con figlia da marito.
  
—Che contraddizione. Se questo conte è una persona tanto riprovevole, come possono desiderarlo per le loro ragazze?
  
Elvira si strinse nelle spalle, sorridendo con indulgenza.
   —Ognuna spera che la sua figliola lo cambierà. In ogni  modo, su quel gentiluomo sono stati profusi troppi doni per non renderlo desiderabile già così com’è. È giovane, bello, ricco, nobile… e con una fama di dissolutezza. Quanto basta per suscitare l’interesse di ogni fanciulla dotata di un’anima romantica.
   —Un fenomeno della  natura, dunque— commentò Delia, seccata di sentirsi stuzzicata lei stessa. — Sarebbe interessante appurare se è davvero così straordinario come dici.
  
—Mia cara, è troppo giovane per te. Non avrà più di venticinque anni. Ma se t’interessa un ammiratore più adeguato… Elvira ammiccò, ignorando il lieve broncio che le sue parole avevano provocato sul volto della sorella. Ci sarebbe il marchese Del Rio.  Sembra che abbia accettato l’invito alla serata danzante della signora Lucarelli. Ha meno di quarant’anni, è bruno, affascinante e dotato di un’ottima educazione. Ed è altrettanto irraggiungibile del suo amico!— concluse, scoppiando a ridere.
   —Peccato. La tua descrizione mi aveva  incuriosito.
   Ma forse era meglio così. Dopo un anno di lutto, stremata dal peso degli obblighi e delle delusioni passate e oppressa da quello delle responsabilità future, aveva deciso di trascorrere un mese con la famiglia di sua sorella in quella rinomata cittadina termale. Per riprendersi, e ritrovare la gioia di vivere. E forse, chissà… Ma nella sua situazione non aveva tempo da perdere con scapoli incalliti, che rifuggivano dal matrimonio e sprecavano il loro patrimonio in bagordi. Il che la portò a considerare che la proposta della signora Colucci non  fosse,  dopotutto, da buttar via.
 

   —Allora, dov’è questa pietra di paragone?— Con un piccolo cenno del ventaglio, Delia indicò la sala da ballo già piena ai limiti della capienza. Finora non ho visto nessuno in grado di impressionarmi.
  
—Difatti non c’è— rispose la sorella. —Lui è il fiore all’occhiello della serata. Non ti aspetterai che arrivi in anticipo.
   —In anticipo? L’invito diceva alle sette e mezzo, e ora sono le nove.  Noi siamo arrivati alle otto. Vuoi dire che non siamo persone abbastanza eleganti?
   — Non quanto il marchese.
   Ivo Kramer, titolare di uno degli studi notarili più stimati in città, insinuò un dito all’interno del colletto. Il materiale rigido gli stava causando un’irritazione sul collo e lui approfittava della minima disattenzione della moglie per cercare sollievo con una furtiva grattatina.
  
—E certamente non lo saremo mai, se non  la smetti di frugarti ovunque— lo rimbeccò Elvira, evidentemente non  abbastanza distratta dallo scambio di battute con la sorella minore.
   —Non mi frugo ovunque— borbottò l’uomo, abbandonando a malincuore il tentativo. Vorrei solo non dover indossare questo strumento di tortura.
   —Cosa ne vuoi sapere, tu, di strumenti di torturareplicò Delia mettendosi una mano sulla  vita sottile.
  
Quella non era la sua prima uscita mondana dopo la fine del lutto, ma certamente era la più elegante, e l’unica che contemplasse un possibile abboccamento con un marchese. Un’occasione troppo ghiotta per non  accettare un po’ di sofferenza causata dal busto tirato allo spasimo, in cambio di un aspetto strepitoso.
  
Lanciò un’occhiata alla grande specchiera che aveva il compito di amplificare le proporzioni non esattamente maestose della sala  da ballo. Non c’era niente da dire sul proprio aspetto. Almeno, niente che si potesse migliorare. Più graziosa di così non sarebbe mai riuscita ad essere. Il vestito di seta blu e argento era valso ogni centesimo del suo prezzo, anche se l’ampio tournure le impediva di sedersi se non sul bordo di uno sgabello, e la generosa scollatura a trapezio le faceva venir voglia di coprirsi con uno scialle.
   —Non essere vanitosa— la redarguì Elvira, con la sua superiorità da madre di famiglia. Non ne hai  bisogno. Guarda, il dottor Lepri sta venendo da questa parte. Ti vorrà invitare.
   —Signora Greco.— Il giovanotto chinò il capo. Il cenno di saluto non  riuscì a nascondere lo scintillio nei suoi occhi, quando posò lo sguardo sulla scollatura e sulla candida pelle esposta. —Posso invitarvi a questo ballo?
  
Delia sorrise per addolcire la delusione che stava per infliggergli. Oh, che disdetta. Non sono in grado di danzare, stasera. Un piccolo malessere. Nulla d’importante.
  
Stavano suonando una polka e il marchese non era ancora arrivato. Non aveva intenzione di incontrarlo sudata e arrossata in volto.
   — Vuoi rifiutare tutti i balli?   chiese Elvira, osservando divertita la ritirata del giovane medico.
  
Non so. Dipende. Potrei rimettermi d’improvviso
   — Delia, non credo che  il marchese Del Rio pensi al matrimonio.
  
L’affermazione un po’ maliziosa della  sorella la fece voltare verso di lei.
   — Che importa? replicò. Non capita tutti i giorni di fare la conoscenza di un uomo tanto ambito.
  
Davvero, pensò, cosa le importava se il marchese aveva intenzioni matrimoniali o no? Lei sarebbe stata fuori della partita in ogni  caso.  Troppo avanti negli anni, vedova di un ufficiale di grado inferiore dell’esercito e con una dote modesta. Non aveva abbastanza da mettere nel piatto di un aristocratico con l’avversione per il matrimonio. O forse, si corresse subito dopo con un guizzo di umorismo, aveva fin troppo…
 

   Appena finito di salutare la padrona di casa, il marchese Giacomo Del Rio si attardò a esaminare la folla accaldata che riempiva la sala.  La zona centrale era occupata da più ballerini di quanti potesse agevolmente contenere. Si stupì che ci fosse ancora posto per coloro anziani, matrone e giovani donne prive di attrattive– che sedevano sulle sedie  allineate lungo le pareti, fingendo di essere immersi in conversazioni troppo coinvolgenti per abbandonarsi alldanze. La donna al suo fianco sorrise, un’espressione beffarda sul bel volto leggermente truccato.
  
Scommetto che  questo è l’evento sociale della  stagione.
   Lui non rispose. Non sapeva spiegarsi il motivo per cui, dopo una certa esitazione, avesse infine deciso di accettare l’invito. Era stanco di rappresentare una sorta di trofeo obbligato per ogni padrona di casa con aspirazioni mondane e mortalmente annoiato dalla necessità di tenere a distanza mamme ambiziose e figlie troppo disponibili. Era contento che Marina, la contessa Barbo, fosse riuscita a liberarsi degli impegni che l’avevano trattenuta a Roma per consentirgli di farle da cavaliere.  Avevano riso, nella carrozza che li conduceva dai Lucarelli, sul  fatto che  in  realtà i loro  ruoli sarebbero stati invertiti.
   — Ti prego, non staccarti mai  dal mio  fianco! ave va finto di supplicarla.
  
Tranquillo, ti proteggerò io da quelle terribili signore. Continuò a guardarsi attorno, contento di non essere solo. Sì, era una fortuna che Marina fosse accanto a lui. Si erano sempre divertiti molto, assieme. Un tempo erano stati amanti e, quando la relazione si era conclusa, il loro rapporto era sfumato in un’amicizia cameratesca in cui ognuno sosteneva l’altro nei momenti di necessità.
   La signora Lucarelli si stava frettolosamente liberando di altri ritardatari, e intanto lanciava attorno occhiate ansiose per controllare che  direzione stessero prendendo. Giacomo sapeva che tra breve sarebbe calata su di loro come un falco, impossessandosi di lui per concederlo in giro a piccole dosi.
  
Com’era scomodo essere l’oggetto di tanta adorazione… Sospirò, facendo scivolare lo sguardo rassegnato verso lo sparso popolo dei derelitti impegnati a sostenere le pareti, non  aspettandosi di trovarvi nulla d’interessante.
  
Due signorine attempate bisbigliavano tra loro, accennando col capo all’uno o all’altro dei ballerini. Una matrona dal fisico appesantito teneva banco tra le sue pari. Un vecchio signore si manteneva desto facendo scattare la cassa dell’orologio da taschino. Una donna bruna batteva un piede, seguendo il ritmo della polka. Un’anziana…
  
Tornò rapidamente indietro con lo sguardo.
  
Chi era quella donna? Non rammentava di averla mai vista. Non sedeva in un gruppo, ma stava in  piedi per conto suo, come a dissociarsi dal novero di coloro che facevano tappezzeria. E a ragione, pensò, scorrendo lo sguardo sulla figura formosa eppure elegante, fasciata di seta blu e argento. La tonalità metteva in risalto l’incarnato chiaro e il lieve rossore delle guance. Nel suo atteggiamento c’era un’aura di sfida che attirava l’attenzione.
   La signora Lucarelli era finalmente riuscita a demandare il compito di ricevere gli ospiti alla figlia maggiore. Sorridendo a destra e a manca, agitando il ventaglio, si fece largo tra la folla, puntando verso gli invitati di maggior prestigio.
   — Mia cara, devo abbandonarti mormorò il marchese a Marina, sfilando il braccio dalla sua stretta. Le prese una mano tra le sue e la baciò, con  un  ammicco malizioso. Ho bisogno che tu tenga impegnata la dragonessa.
  
Traditore! sibilò lei. Ma quando si girò verso la signora Lucarelli, che sopraggiungeva affannata, sul suo volto splendeva un sorriso affabile. — Che splendida serata! esclamò, mentre Giacomo si defilava rapido.
  
Scivolò lungo i lati della sala, tenendo la testa bassa per non rischiare di essere fermato prima di avere raggiunto il suo scopo. Man mano che si avvicinava, lei gli appariva meno rilassata, più tesa e consapevole. Aveva anche smesso di battere il piede a tempo. Doveva averlo notato.
   La donna girò la testa e gli puntò gli occhi addosso con espressione incuriosita. Erano di colore azzurro, il suo preferito. Il suo atteggiamento, talmente sicuro da apparire sfacciato, costituiva un piacevole cambiamento rispetto ai risolini sciocchi e alle ciglia palpitanti che lo tormentavano nelle  occasioni mondane. Quella non era una ragazza, ma una donna matura, benché ancora in giovane età.
   La consapevolezza lo riem di compiacimento. Finalmente una partita che poteva giocare alla pari, senza timore di nodi scorsoi e laccioli per catturarlo.
 

   Un gentiluomo si stava dirigendo verso di lei.  Che fosse un gentiluomo era solo un’ipotesi ragionevole, vista l’impossibilità di girarsi a scrutarlo apertamente, ma che lei fosse il traguardo di quel lento aggiramento della sala era evidente. A chi altri poteva mirare? Non certo alla sconosciuta matrona alla sua destra, o alle povere signorine Colucci poco  lontano.
  
Stavolta non avrebbe rifiutato l’invito a danzare. Il marchese era davvero troppo in ritardo per essere una persona da frequentare, e lei era stanca di fare tappezzeria. Per quanto poteva vedere con  la coda dell’occhio, l’uomo sembrava alto ed elegantemente vestito. Con lentezza girò la testa verso di lui.  Non era giovane e non era vecchio: si trovava in quell’età di mezzo che sembra durare a lungo, nell’uomo, senza che nulla cambi sensibilmente nel suo volto o nella costituzione. Una lieve spruzzata di grigio sulle tempie contrastava con la folta capigliatura bruna. Le rughe sottili sul volto affilato denunciavano non solo il raggiungimento dell’età matura, ma anche quell’esperienza di vita che ogni donna apprezza in un uomo.
   Delia, almeno, la apprezzava.
   — Oh, buon Dio, è arrivato!
  
Il bisbiglio concitato delle sorelle Colucci attirò la sua attenzione. I loro volti pallidi s’illuminarono, come fossero trasfigurati dall’emozione.
   — Il marchese sta venendo da questa parte… bisbigliò agitata la matrona, cercando con  gli occhi la figlia nella sala e sperando di riuscire ad attirarne l’attenzione.
   Il marchese? Ma certo, di chi altri poteva trattarsi? La polka era terminata e i ballerini stavano abbandonando il centro della sala. Tra breve sarebbe iniziata una nuova danza che, secondo il programma, doveva essere una mazurca. Intravide Elvira ed Ivo: rossi in volto e con il fiato corto, s’intrattenevano con un’altra coppia, forse scambiandosi impressioni sulla  polka appena conclusa. Non sarebbero riusciti ad arrivare in tempo per fornirle una presentazione decente. L’uomo si stava avvicinando, con l’aria di avere tutto il tempo del mondo. Delia seguì il suo lento avanzare fremendo come per un attacco febbrile. Il marchese Del Rio stava per invitarla a ballare!
 

   — Oh — mormorò la minore delle sorelle Colucci, Dorotea, osservando con rassegnazione il marchese avanzare verso la signora Greco. Ogni speranza era vana. In mezzo agli articoli da tappezzeria, lei spiccava come una rosa profumata nel deserto. Tuttavia, già il fatto di poter ammirare l’ambito gentiluomo così da vicino era da considerare un privilegio, oltre che un evento da raccontare più  volte alle amiche che non partecipavano al ballo.

 

Il mio secondo romanzo, ‘La missione di Viola’, era in origine molto più lungo, tanto da non essere pubblicabile in quella forma. Mi fu chiesto di tagliarne un terzo (!) ed io obbedii, con il cuore stretto.  Esclusi tutto l’antefatto e poi alcune parti riguardanti la madre di Viola, e via dicendo. Alla fine, il romanzo venne bene lo stesso, e chissà, forse essendo più breve è risultato anche più godibile. Ormai sono diventata una fanatica del motto: meno è meglio!
Qui vi presento il primo capitolo, con il protagonista maschile che ancora porta il suo nome originale: Vito. Dovetti cambiare anche questo perché a breve sarebbe uscito un romanzo della collega Camocardi con un protagonista che aveva lo stesso nome. Così lo cambiai in Fausto, ma per me è sempre rimasto Vito.
Buona lettura. E… chissà se troverete qualche cambiamento nel mio stile. Sono curiosa di saperlo. 
 

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La Missione di Viola

cap 1

Roma, Stato Pontificio - 1806

  Da quando poteva ricordare, Viola Della Croce aveva sempre tentato di allontanare le cose sgradevoli fingendo che non esistessero. Era convinta che, chiudendo gli occhi, serrando forte le palpebre e ripetendo all'infinito che tutto sarebbe andato bene, quella brutta cosa –la punizione dell'istitutrice, il divieto di andare a cavalcare o la morte della mamma- sarebbe scomparsa e alla fine tutto sarebbe tornato alla normalità. Quel giorno però nulla al mondo avrebbe potuto convincerla a chiudere gli occhi.
  Seduta nell'antiquata carrozza cerimoniale che da due secoli accompagnava le donne della famiglia Della Croce alla dimora del loro sposo, terreno o celeste, Viola non riusciva a distogliere lo sguardo da suo marito, nel timore superstizioso che se si fosse distratta un solo istante lui sarebbe scomparso e lei sarebbe precipitata in una realtà distorta in cui tutto questo non era mai accaduto.
  "Viola, per carità, batti quelle palpebre o ti cadranno gli occhi per terra!" esclamò il duca Della Croce, seduto di fronte a lei in compagnia della signora D'Aquino, madre dello sposo.
  Vito D'Aquino scoppiò a ridere. "Tuo padre ha ragione, tesoro. Puoi anche guardare altrove, adesso: io non andrò da nessuna parte."
  Nel sentir rivelare le sue sciocche paure, la ragazza dapprima arrossì, e poi, com’era più nel suo stile, inalberò il mento con aria di sfida.
  "Certo che no," disse, ostentando una sicurezza che non provava. "Ormai siamo sposati. Siamo marito e moglie."
  L'uomo le rivolse una maliziosa strizzata d'occhi.  "No, amore, non proprio. Non completamente."
  Viola trattenne il respiro, sconcertata che lui potesse fare un commento tanto personale in pubblico; ma prima che riuscisse a ribattere, la voce aspra di sua suocera la prevenne.
  "Vito! Mio Dio, come puoi parlare in questo modo? Non hai nessuna decenza?"
  La signora si portò la mano guantata al petto e inspirò profondamente, come se stesse per avere un mancamento. Suo figlio si limitò ad alzare gli occhi al cielo, mentre Viola si sforzava di non ridere. Sua suocera non le piaceva affatto, ma era abbastanza saggia da non provocarla inutilmente.
  "Su, donna Adelaide, non siate troppo severa," intervenne il duca, facendo gli occhiacci a sua figlia. "Sapete come sono i giovani."
  Anziché addolcire la donna, la sua gentile intercessione ottenne il risultato opposto. Se ci avesse pensato, Viola avrebbe avvertito suo padre che la signora D'Aquino detestava sentir accennare alla propria età, anche nella maniera più velata; purtroppo, lei era troppo giovane per preoccuparsi di tali sciocchezze, e suo padre  troppo vecchio.
  Gli occhi della signora D'Aquino lampeggiarono di sdegno, ma non osò dire nulla. Per quanto ne avesse una pessima opinione, nutriva gran soggezione del duca e bastava un suo aggrottar di sopracciglia per farla tremare. Così tacque, limitandosi ad abbassare il mento sul petto con aria di riprovazione. Sapeva che non c'era verso di spuntarla con quei maledetti Della Croce.
  Se qualcuno avesse potuto leggerle nella mente, l'avrebbe di certo presa per pazza.
  Non era raro che il rampollo di una famiglia patrizia impoverita sposasse un'ereditiera di origine borghese allo scopo di rimpinguare le casse di famiglia. Si storceva la bocca, si pettegolava, ma si faceva. Il contrario, invece, non si faceva. Mai. I nobili non cedevano mai le loro figlie ai borghesi, per ricchi che fossero. Quel che stava accadendo a Vito D'Aquino era un evento di portata così straordinaria da rasentare lo scandalo.
  Eppure, sua madre non ne era affatto contenta.
  Da circa vent'anni, da quando la precedente signora D'Aquino era morta, donna Adelaide godeva di un'autorità indiscussa tra le dame del suo ceto, costituito da ricchezze non troppo recenti, mai toccate dagli scandali e consolidate da buoni matrimoni. Quando si doveva considerare l'opportunità di un'unione, la frequentabilità di un gentiluomo o la decenza di una nuova moda, la parola di donna Adelaide faceva legge.
  Catapultata da due anni in una famiglia di aristocratici arroganti, eccentrici e presuntuosi, che la trattavano con sufficienza venata di disprezzo, tutta la sua superiorità era d'improvviso naufragata nell'insicurezza e nella frustrazione. In quel rapporto lei sarebbe sempre stata l'elemento di rango sociale inferiore, e questo le era insopportabile. Con cautela, aveva tentato di mettere in guardia suo figlio, di instillargli un dubbio sulla convenienza di un matrimonio nel quale, benché uomo, avrebbe avuto un ruolo subordinato, ma invano.
  Se fosse stata sincera, la signora D'Aquino avrebbe ammesso che sopra ogni cosa detestava Viola. Non le interessava che lei potesse essere la moglie giusta per Vito: purtroppo non era la nuora giusta per lei. Quella ragazza viziata, cresciuta come una selvaggia, abituata a fare di testa sua si sarebbe insediata a Palazzo D'Aquino per farla da padrona, e gliene avrebbe conteso il dominio fino a strapparglielo di mano. Avrebbe frequentato ambienti che a lei erano inaccessibili, criticato il valore e il merito delle sue norme di comportamento, e sarebbe in breve divenuta la nuova stella polare della casa e della società che le appartenevano.
  Inoltre la trovava brutta e la sua dote, benché cospicua, non poteva certo paragonarsi al capitale dell'ereditiera su cui la signora D'Aquino aveva messo gli occhi. 
   Faceva molto caldo, e i quattro passeggeri cominciavano a sudare, pigiati l'uno contro l'altro nell'abitacolo della piccola, scomoda carrozza. Un'altra delle tradizioni dei Della Croce, come quell'orrendo vestito fuori moda che sua nuora aveva insistito per indossare: figurarsi, un guardinfante del secolo passato, ripescato in qualche vecchio armadio! Se almeno fosse stata una Della Croce di quelli buoni, pensò stringendo le labbra con riprovazione, e non il frutto di quell'unione disdicevole… Il resto del mondo poteva aver perdonato quel disgraziato matrimonio –il duca era troppo ricco e quella donna troppo bella per subire a lungo il bando della buona società- ma le signore del suo ambiente non avrebbero mai dimenticato, né mai perdonato.
  Senza curarsi del malumore della suocera, Viola si sporse a salutare i passanti che le lanciavano baci e frasi beneauguranti. Quello era il giorno più bello della sua vita e nessuna vecchia megera invidiosa glielo avrebbe guastato. Don Marzio osservò con mestizia quel volto radioso, proteso in avanti come per un'anticipazione del futuro meraviglioso che l'attendeva. Sentiva la felicità della figlia pesargli sul cuore come un macigno. La sua piccola, la sua ultima bambina se ne andava. Non aveva più bisogno di lui. Con un moto di ribellione, si disse che non era giusto: diciotto anni erano talmente pochi! Ma quando le aveva suggerito di attendere ancora, Viola si era limitata a ridere e l'aveva accusato di essere geloso.
  La carrozza entrò nella piccola piazza dove sorgeva Palazzo D'Aquino e si fermò, il leggero cigolio delle ruote accompagnato dall'esclamazione di rito del cocchiere: "Noi siamo i Della Croce!"
  Qui i passeggeri dovettero scendere perché palazzo D'Aquino, forse unico tra i palazzi romani, non possedeva cortile d'accesso per le carrozze. Una doppia scala ricurva, graziosa ma per niente imponente, portava ad un loggiato da cui si accedeva direttamente al piano di rappresentanza mentre al livello inferiore si trovavano le zone di servizio. Era stato il bisnonno di Vito a far costruire il palazzo, su suo progetto, dopo un viaggio nelle città del nord dell'Europa che doveva avergli confuso un po’ le idee.
  L'intervento dell'ideatore era evidente in vari particolari, come nelle anacronistiche finestre a bifora sulla facciata, la strana loggia, e la disposizione interna delle stanze.  Era un edificio di dimensioni ridotte rispetto ai grandi palazzi nobiliari, ma a Viola piaceva, forse proprio per le sue eccentricità e, non in ultimo, perché sapeva che sua suocera lo detestava. La signora giudicava che quella residenza non si confacesse alla sua importanza, e di certo non aveva nulla di grandioso, ma suo marito si era sempre rifiutato di trasferirsi e suo figlio sembrava intenzionato a fare altrettanto.
  La portiera s'aprì con la velocità d'un lampo e già un valletto si protendeva per aiutare Viola, quando il duca lo fermò con un cenno della mano. "Aspetta," disse. "Voglio farlo io."
  Con cautela districò il lungo corpo magro dalle gambe degli altri passeggeri e, con il discreto aiuto del valletto, scese i due gradini malridotti. Poi, con un sorriso, offrì il braccio a sua figlia. Sorreggendo con una mano il pesantissimo abito di broccato, Viola poggiò l'altra delicatamente sul braccio di suo padre e si fece aiutare a scendere.
  "A te non dispiace, vero?" chiese il duca a suo genero. "Vorrei essere io ad accompagnarla alla sua nuova casa." Vito non poté negare al vecchio signore un ultimo privilegio. Si consolò pensando che da quella sera Viola sarebbe stata interamente sua, senza più l'ombra di un'ingombrante famiglia fra di loro. Si accontentò quindi di accompagnare sua madre giù dalla vettura ed assieme si misero sulla scia di sua moglie e suo suocero. La signora D'Aquino pensò con rancore che in qualche modo erano riusciti a rubarle la precedenza e a confinarla in un ruolo subalterno perfino in casa sua.
  Mentre saliva per la piccola scalinata, in Viola si agitava un confuso ammasso di esaltazione e rimpianto. Sapeva perfettamente quel che stava provando suo padre, e per questo motivo aveva acconsentito a quasi tutte le sue proposte: dall'entrare a Palazzo D'Aquino al suo braccio, piuttosto che a quello del marito, come stava sognando da due anni, all'indossare quel terribile abito di broccato color bronzo, pesante, scomodo e fuori moda, ma che era stato l'abito da sposa di sua madre. Che importava un vestito, se poteva farlo felice?
  Attraversarono un ampio atrio circolare dominato dalla grande scalinata –questa sì, maestosa- che portava al piano superiore e raggiunsero il salotto principale della casa, che donna Adelaide chiamava la Sala Grande, dove tra brusii e risate i parenti li stavano attendendo per la rituale preparazione degli sposi. La giornata era stata lunga, i festeggiamenti stancanti, ma nessuno avrebbe rinunciato a quella parte della cerimonia, anche se il duca la giudicava un residuo di barbarie medievale. Entrando nel salotto furono accolti da un applauso, come a teatro. Il duca sollevò la mano di sua figlia e la baciò. Cercava di farsi forza ma era turbato.
  "Coraggio, papà," gli sussurrò Viola. "Vedrete che non ne morirò."
  L'uomo soffocò una risata. "Ho paura di averti educata molto male, figlia mia. Non dovresti parlare così a tuo padre."
  La ragazza lo fissò per un istante, ed entrambi ebbero lo stesso pensiero: se la mamma fosse stata ancora viva…
  "Non verrò su in camera, tesoro. Sai come la penso."
  "Lo so." Si sollevò in punta di piedi per deporre un bacio sulla guancia scarna e si congedò da lui. Per qualche giorno non si sarebbero visti e, dopo, tutto sarebbe stato diverso, ma era giusto così, era la vita. Poi Viola andò a baciare la sua giovane cognata, Elisa, che era troppo piccola per assisterla e si sarebbe  presto ritirata nella nursery.
  "Perché non posso venire anch'io con voi?" protestò la ragazzina, imbronciata. "Ormai sono grande."
  Marcello rise, dandole un buffetto sulla  guancia. "Non siate impaziente, signorina D'Aquino. Verrà anche il vostro momento." Con le tonde guance arrossate, Elisa sollevò gli occhi adoranti sul giovanotto. Viola assestò un'amichevole pacca sul braccio del fratello e allungandosi in punta di piedi gli bisbigliò all'orecchio: "Rubacuori! Non ne risparmi proprio nessuna?"
  Quindi fu presa in consegna dalle donne e trascinata, tra risa e battute, su per le scale, e poi per una fuga di stanze che le parve infinita, benché palazzo Della Croce fosse una decina di volte più grande della casa dei D'Aquino.
  La porta della sua stanza di donna sposata era aperta per riceverla. In un'allegra confusione, le sue assistenti -le sorelle sposate, la sorella monaca, sua cognata Luciana, le cugine, e, sfortunatamente, sua suocera- la spogliarono senza tanti complimenti, la rivestirono con una ridicola camicia da notte piena di veli e merletti -ma tanto trasparente che la ragazza, guardandosi allo specchio, lanciò un gridolino- e poi la costrinsero alla toletta.
  Francesca e Clarissa, le sue sorelle gemelle, disfecero la pettinatura che quella mattina aveva impegnato due pettinatrici per tre ore e si misero al lavoro per  ravviare la chioma, nera come la notte, che le arrivava oltre la vita. Marzia, la sorellastra più anziana, sovrintendeva all'operazione mentre Luciana, dal divanetto dove si era accomodata, declamava buffi consigli di vita matrimoniale. Quando i suoi capelli furono infine una nuvola liscia e crepitante, li legarono dietro la nuca con un nastro celeste.  Quindi le ripulirono il volto dalla cipria, le misero un paio di gocce di profumo dietro le orecchie e la fecero girare per ammirarla.
  "Oh Violetta, sei uno splendore!" esclamò Clarissa, battendo le mani. "Non è bellissima, suor Passione?"
  Suor Passione di Cristo dondolò col capo, per farsi desiderare, e poi ammise che sì, la sua piccola sorellastra era bellissima.
  "Peccato sia tanto scura!"
  In un silenzio costernato una decina di paia d'occhi si puntò su colei che aveva osato pronunciare quella frase sconveniente. La signora D'Aquino sorrise a Viola con falsa dolcezza.
  "Se solo tu fossi di colori più chiari…  Ma che farci? Bisogna ammettere che sei veramente troppo scura," ripeté, accompagnando le parole con desolati scuotimenti del capo.
  "Non c'è niente che non vada nei colori di Viola," ribatté seccamente Clarissa, che, al pari della gemella, era uno splendore d'oro e panna. "E' l'eredità della Mora."
  "Bene, non mi sembra ci sia da vantarsene," disse la donna, abbandonando la sua finta affabilità. Stavolta la sua uscita fu accolta da un coro oltraggiato.
  Luciana si alzò gravemente dal divanetto e andò a porsi di fronte alla padrona di casa. "Noi siamo i Della Croce," disse, fissandola con aria di sfida.
  Era il motto che compariva nel loro stemma e lo usavano per acquietare ogni contestazione. Loro erano i Della Croce, ogni cosa appartenesse loro era buona e giusta. Non avevano bisogno di badare alle convenienze sociali, loro. Non dovevano seguire regole, né estetiche né di buona creanza. Erano i Della Croce delle crociate, che travolgevano il nemico con la ferocia delle loro spade… o del loro sarcasmo. Le regole erano per la gente dappoco, come lei.
  Furiosa, la signora D'Aquino si morse il labbro inferiore. "Bene," disse poi, "se a voi sembra che basti!"
  Senza tante cerimonie Suor Passione di Cristo l’afferrò per un braccio e la respinse in un angolo della vasta stanza da letto. Si era accorta che gli occhi della giovane sorellastra stavano diventando sospettosamente brillanti. "Dovreste vergognarvi a comportarvi così il giorno del matrimonio di vostro figlio!" sibilò. "Se non volete che vi cacci da questa stanza, state zitta e non cercate di rovinare la festa a Viola."
  "Oh! Voi… voi! Come osate parlarmi così in casa mia? Voi non dovreste essere qui! Voi siete una religiosa!"
  "Faccio parte di un ordine questuante," l'informò disinvolta la suora. "Posso andare dove voglio, purché ne riceva un obolo. Volete offrirmi qualcosa per i miei poveri?"
  "Molto comodo!"
  "Sì, non è vero?" ribatté suor Passione. "Ora, smettetela di comportarvi da sciocca. E mettete uno scialle su quelle nudità avvizzite che tenete in esposizione: siete ridicola."
  Con un grido oltraggiato la donna si portò una mano al seno e crollò a sedere su un divanetto.   
  La suora l'abbandonò al suo sdegno e tornò dalle parenti, tutte impegnate a consolare Viola. Quando le donne ebbero esaurito gli argomenti a favore della superiorità dell'incarnato della sposina su qualunque altro esistente al mondo, la misero a letto. Seduta, appoggiata a due voluminosi cuscini, con una pesante coperta fuori stagione sulle gambe, Viola ridacchiò divertita. Allora fecero entrare gli uomini. Il cardinale Vittorio, come fratellastro maggiore, le rivolse delle esortazioni alla pazienza e alla comprensione; poi Giuseppe, Marcello e i cugini la baciarono e le rivolsero i loro auguri di una lunga vita felice. Erano commossi e imbarazzati, e nessuno di loro aveva voglia di scherzare. Da parte sua Viola era terribilmente imbarazzata, e tentava di scivolare sotto le coperte per nascondere le sue quasi nudità. Infine introdussero Vito, anche lui pronto per la notte.
  La ragazza rise, meritandosi un'occhiataccia dalla suocera. Chissà perché non s'era mai immaginata che suo marito avrebbe indossato la camicia da notte. Quando furono entrambi compostamente seduti sotto le coperte, Vittorio rinnovò loro la benedizione già impartita alla mattina dal Santo Padre. Quindi gli assistenti dello sposo e della sposa sfilarono fuori della stanza. Per ultima, con grande riluttanza, la signora D'Aquino, che s'attardò a spegnere le candele e poi, a malincuore, si chiuse la porta alle spalle.
  "Se Dio vuole," esclamò Vito, "per un paio di giorni non vedremo nessuna di quelle facce!" Spazzò via la coperta con impazienza e  si alzò dal letto. "Ed ora, riaccendiamo le candele."    
  Viola lo sentì armeggiare nel buio. La sua figura le riapparve al tenue chiarore di una fiammella, poi di un'altra, via via che accendeva i vari elementi di un candelabro. Di colpo scoprì di avere paura. Le sue sorelle e la cognata l'avevano preparata a questo momento con abbondanza di particolari, senza omettere nulla e senza ipocrisie, così credeva di sapere abbastanza bene cosa aspettarsi.
  Sapeva, ad esempio, che la prima notte di nozze gli uomini sono spesso nervosi ed agitati e questo può portarli a comportarsi in modo brusco, o impacciato. Per questo motivo doveva essere molto, molto paziente con Vito, per non mortificarlo. "L'orgoglio degli uomini è una cosa delicata," le aveva rammentato Marzia. "Stai attenta a non ferirlo." Le gemelle avevano riso di queste ammonizioni, ma non le avevano contraddette.
  Non potendo fare paragoni, Viola non aveva idea di quanto queste avvertenze fossero stravaganti e contrarie a quelle che normalmente una madre impartisce ad una figlia in procinto di sposarsi, tuttavia le aveva trovate molto sensate. Ora, però, mentre attendeva che suo marito tornasse al letto che avrebbero condiviso quella notte e tutte le future che Dio avrebbe dato loro, scopriva di non essere tranquilla come avrebbe voluto.
  Una sensazione di allarme si stava impadronendo di lei, come la punta fredda ed aguzza di uno spillone che man mano stesse affondando nel suo cuore. Sentiva, nonostante le rassicuranti descrizioni delle parenti, che le sarebbe successo qualcosa di brutto e spaventoso. S'afferrò con le mani al copriletto, trattenendo il respiro. Vito stava tornando da lei. Sbarrò gli occhi, in preda ad un terrore incomprensibile. Mentre si avvicinava, le parve che lui non fosse più il ragazzo divertente, l'amico di suo fratello che due anni prima era venuto a Villa Ventosa e le aveva rubato il cuore. Era un uomo, era suo marito, era un maschio grosso e pesante che le sarebbe salito sopra e le avrebbe fatto male…
   "Viola." Sobbalzò spaventata al suono della sua voce. Non si era accorta che fosse così vicino. L'uomo sedette sul letto e le sorrise. "Viola, guardami, tesoro."
  Sollevò il viso verso di lui. Il suo sorriso era così bello, le era sempre piaciuto il modo in cui il volto si riempiva di pieghe e si scoprivano i denti bianchi, e gli occhi allegri… "Non fare quella faccia terrorizzata, amore mio. Va tutto bene." Annuì, ma non ne era convinta. "Guardami negli occhi."
  Alzò su di lui i grandi occhi neri, battendo le ciglia, turbata. A Vito non serviva di più per sentire rimescolare il sangue nelle vene. Quella ragazza era stata la sua ossessione per due anni e benché per tutto quel tempo fossero stati regolarmente fidanzati, aveva sempre temuto che qualcosa o qualcuno arrivasse a portargliela via. Sapeva che la sua famiglia non approvava il matrimonio, chissà perché, viste le abitudini promiscue dei Della Croce. Sapeva che più di uno aveva tentato di dissuaderla, e che il padre stesso non era completamente convinto. Nessuno si sarebbe sdegnato se lei avesse cambiato idea e rotto il fidanzamento, ma Viola sembrava ossessionata quanto lui ed aveva saputo imporre la sua decisione su tutti. E ora era sua.
  L'emozione che stava provando doveva trasparirgli dal viso, perché la ragazza, con un subitaneo sorriso, sollevò una mano e lo carezzò sulla guancia. "Viola…" Non riusciva a smettere di pronunciare il suo nome.
  "Va tutto bene, caro. Non preoccuparti." Che sciocca era stata ad aver paura, pensò la ragazza, sollevata. Era il suo Vito, quello. Cosa c'era da temere? L'uomo si allungò su di lei e poggiò le labbra sulle sue. Con un gemito Viola le dischiuse, così come le aveva insegnato nei rari momenti in cui riuscivano a sgattaiolare, soli, in qualche angolino nascosto della Villa. Sentì la lingua calda penetrarle nella bocca ed esplorarla, e una corrente di brividi le percorse tutto il corpo. La sua mente ruotava, incapace di afferrare la realtà. Si accorse a malapena che una mano le stava risalendo su per le gambe, sotto la camicia da notte. Dove erano finite le coperte? La bocca si staccò dalla sua e le percorse il collo, mordicchiando delicatamente il lobo dell'orecchio, e poi scendendo giù, giù… Anche attraverso la stoffa avvertì il calore e l'umido delle labbra sul suo seno e sussultò dal piacere. "Oh Vito…"
  La mano dell'uomo era giunta alla fine del percorso. Le dita s’insinuarono nella sua intimità, e il corpo della ragazza s’inarcò, pieno di desiderio ed aspettativa.
  "Tesoro mio…" mormorò l'uomo, sentendosi tremare come se fosse la prima volta che sperimentava la passione. Voleva possederla subito, ma aveva paura di spaventarla. Sapeva già che quella non era la sera in cui avrebbe manifestato le sue migliori doti di amante. "Non ce la faccio ad aspettare…"
  Viola scoppiò in una risata inattesa. "Neanche io. Oh Vito, ti amo così tanto!"
  Mettendo da parte le sue remore, le aprì le gambe e le montò sopra. La ragazza gli circondò il corpo con le braccia e lo strinse a sé e, con un'esclamazione di trionfo, Vito affondò in lei bruscamente. Sentì il suo grido, ma non si trattenne e spinse con forza, accecato dall'eccitazione, incapace di connettere, e ancora, e ancora… ecco! Si fermò di colpo, sbarrò gli occhi, conscio d'improvviso che qualcosa non era stato come doveva essere… Ma a quel punto il piacere l'aveva già travolto, quasi a tradimento, e per un istante si abbandonò sul corpo della ragazza… di sua moglie.
  Lei non emetteva un fiato, immobile sotto di lui, spaventata da quella passione che somigliava ad un attacco di follia. Quando lui si sollevò, liberandola, tentò di catturare i suoi occhi e di sorridere per rassicurarlo, ma Vito le girò le spalle, mettendosi a sedere sul letto. Ecco che diventava confuso, come le aveva detto Marzia, pensò con indulgenza. Si era comportato male ed ora si vergognava. Oh, il delicato orgoglio degli uomini! Allungò una mano sul suo braccio in una carezza, ma lui si ritirò bruscamente, alzandosi in piedi. Ma che sciocco!
  "Vito…" lo chiamò dolcemente. Vito si girò; nei suoi occhi non c'era vergogna né mortificazione, ma una furia mai vista. "Vito!" ripeté, spaventata.
  "Chi c'è stato prima di me?"
  "Prima quando?" chiese, sbalordita. L'uomo si curvò su di lei minacciosamente, e la ragazza si appiattì contro la testata del letto.
  "Non prendermi in giro!" esclamò Vito con un tono che non aveva mai usato con lei. "Tu sei stata con un altro uomo!"
  Con un senso di vertigine Viola comprese cosa intendesse dire. "No! No, non è vero!"
  "Credi che sia pazzo? Credi che me lo inventi?"
  Scrollò il capo, non sapendo per la verità cosa credesse. "Ti sbagli," disse. "Io non ho mai…"
  Lui le afferrò la gola con una mano e le spinse la testa contro la testiera di legno intagliato. Terrorizzata aprì la bocca per gridare ma non ci riuscì.
  "Io non mi sbaglio," sibilò l'uomo, gli occhi ristretti a due  fessure piene di rabbia omicida. "Mi hai preso in giro. Mi avete preso in giro tutti, tu e la tua maledetta famiglia!"
  "Vito…" boccheggiò, aggrappandosi con le mani a quella morsa d'acciaio che le serrava la gola. "Lascia… lasciami…"
  Con un ultimo barlume di ragione, Vito D'Aquino si rese conto di cosa stesse facendo. Inorridito, arretrò, liberandola. La ragazza tossì, si sfregò la pelle arrossata, emise un singhiozzo, ed intanto lo fissava con gli occhi sbarrati, come se lui fosse un pazzo.
  Gli sembrava che la stanza gli stesse girando attorno vorticosamente. Il mondo, quel fidato solido mondo su cui aveva sempre fatto affidamento, s'era ribaltato, il paradiso s'era trasformato in un inferno, e Viola… Viola era precipitata tra le fiamme di quell'inferno. Aveva la nausea. Aveva voglia di piangere.
  "Non ho fatto niente di male, Vito, te lo giuro." La sua voce un po’ arrochita lo distolse dalla paralisi che l'aveva colpito. La guardò con odio. Per due anni si era umiliato davanti a tutta la sua parentela, sentendosi troppo in basso per loro, cercando di entrare nelle loro grazie. Per due anni aveva dovuto subire un controllo costante, guardato a vista come una bestia pericolosa, come se potesse infettare quel candido fiore di virtù. Aveva stretto i denti ed accettato ogni pretesa, ogni condizione. E per tutto quel tempo si erano fatti gioco di lui, l'avevano ingannato, ridevano di lui…
  "Alzati," disse bruscamente.
  "Perché?"
  "Alzati, ho detto!" L'afferrò per le braccia, tirandola in piedi.
  "Vito, per favore, per favore…" gemé sgomenta la ragazza.
  "Vestiti."
  "Ma perché?"
  "Ti riporto a casa." Le girò le spalle e s'allontanò a passi rapidi. Quando sentì la porta sbattere Viola crollò di nuovo a sedere sul letto. Non riusciva a credere a quel che stava succedendo. Doveva trattarsi di un incubo. Ora avrebbe chiuso strettamente gli occhi, e l'incubo sarebbe scomparso. Ecco, avrebbe fatto così…
  "Allora?" La voce dell'uomo la fece trasalire. Non si era accorta che fosse passato tanto tempo, ma lui era già completamente vestito e la guardava con uno sguardo spaventoso.  Scattò in piedi e gli si avvicinò.
  "Ascoltami, Vito, tutto questo non ha senso!" Lui si scostò con una smorfia di ripugnanza. "Vito! Non ho fatto niente di male, te lo giuro. Non avrei mai… mai… Io ti amo!"
  Il volto dell'uomo si torse in un'espressione di disgusto. "Almeno stai zitta," sibilò. "E vestiti."
  "No. Non voglio andare a casa. Non voglio."
  L'afferrò per le braccia e la scrollò bruscamente. "E allora verrai così." La trascinò fuori dalla stanza ignorando le sue grida di protesta; attraversarono un'infinità di sale, il corridoio, e poi giù per le scale. Viola singhiozzava, stravolta dall'orrore di quel che le stava succedendo; lui la spingeva, la trascinava, i piedi nudi della ragazza incespicavano sul pavimento freddo, a volte quasi non toccavano il suolo, finché non giunsero alla scala esterna e nella piazzetta, dove una carrozza era già pronta. Vide la faccia sbigottita del cocchiere, e si girò supplichevole a suo marito.
  "Ti prego…" mormorò. Con un'imprecazione lui la sbatté letteralmente all'interno della carrozza. Viola volse la testa, disperata, e in alto, ad una  finestra, vide il volto diafano di sua suocera incorniciato dai capelli sciolti, somigliante ad una testa spiccata di Medusa. 'Gesù mio, non è possibile,' pensò. 'Questo non può succedere a me.'
  Lo sportello fu richiuso e lei crollò sul sedile, accasciata. Suo marito prese posto accanto al conducente. La carrozza partì spedita; al suo interno Viola, senza più forza, stremata, non piangeva né badava a reggersi, e veniva sballottata senza pietà.
  Quando la vettura si arrestò si afferrò al bordo del sedile, tremante. Lo sportello si riaprì e Vito si sporse all'interno per afferrarla. La sua resistenza, le sue suppliche furono inutili. La trascinò fuori davanti agli occhi oltraggiati degli svizzeri di suo padre, e di nuovo su per le scale. Volti di domestici cominciavano a sporgersi dai parapetti più in alto, meravigliati, dubbiosi, e poi, quando si rendevano conto della situazione, indignati. Tra tutti Viola ne riconobbe uno, Teodoro, il suo uomo di scorta da quando era una ragazzina, e in un impulso di disperazione tese un braccio verso di lui. "Teodoro, aiutami!"
  L'uomo portò una mano alla vita come se cercasse un'arma, ma era in camicia da notte, come tutti. Allora, con un'esclamazione di rabbia, si lanciò giù per le scale.
  Prima che potesse raggiungerli, il duca Della Croce si affacciò al parapetto di marmo e guardò giù. "Che cosa sta succedendo?"
  La sua voce smorzò tutti i mormorii e bloccò Teodoro ad una rampa di distanza da Viola. "Chi è là?"
  "Papà, cosa c'è?" La voce di Giuseppe, pensò Viola, tremante di vergogna. Vito, che s'era fermato, per un momento incerto su quel che stesse facendo, ricominciò a salire la scalinata, più lentamente. Giunsero al primo piano. L'uomo si teneva eretto, sicuro di sé e della sua collera, Viola curva su se stessa, come per fuggire gli sguardi di tutta quella gente ammassata a fissarla.
  "Ma è Viola!" La voce di Luciana le fece alzare il viso. Erano tutti là, di fronte a lei, le facce stralunate, gli occhi sbarrati. Senza più potersi trattenere scoppiò in singhiozzi.
  "D'Aquino." La voce solenne del duca coprì tutte le altre. "Volete dirmi cosa sta succedendo? Cosa state facendo a mia figlia?"
  "Io credo che lo sappiate," replicò Vito, carico di disprezzo. Con uno spintone gettò Viola nel gruppo dei suoi parenti. Giuseppe l'afferrò impedendo che cadesse e la tenne stretta. Senza capire cosa stesse succedendo, sapeva però che lei aveva bisogno di protezione. "Sì, don Marzio," continuò Vito senza badare alle esclamazioni sdegnate dei Della Croce. "Credo proprio che lo sappiate." Li avvolse tutti in una lenta occhiata sprezzante. "Vi ho riportato vostra figlia. Noi siamo i D'Aquino," aggiunse con aspro sarcasmo, parodiando il motto dei Della Croce, "e non amiamo gli oggetti rabberciati, in casa e neppure nel letto."
  Un silenzio di tomba seguì queste parole. Poi, da qualche parte, qualcuno gridò. "Maledetto! Ti ammazzo!"
  Marcello si fece bruscamente largo tra i suoi parenti e si scagliò contro il cognato. Vito alzò il braccio in tempo per parare il pugno, ma non riuscì a mantenere l'equilibrio e precipitò giù per le scale, con Marcello che lo tratteneva per il bavero della giacca. Le scale si riempirono di grida. Viola cercò inutilmente di liberarsi dalla stretta di Giuseppe. "Marcello! Marcello, no!" gridò. Poi, una nebbia nera le cadde sugli occhi e per la prima volta in vita sua Viola svenne.

***

  "Su, tesoro, su! Ci siamo quasi." La grossa mano rugosa della levatrice si posò sulla fronte sudata della ragazza. Gli occhi neri si spalancarono, resi opachi e distanti dalla sofferenza. Poi, con un ringhio, Viola scattò in avanti, i denti scoperti in un digrigno animalesco.
  Spaventata, la levatrice si tirò indietro appena in tempo, prima che quei denti affondassero nella sua mano. "Ma siete impazzita?"
  Si lasciò ricadere sul cuscino, esausta. "Sono ore che state dicendo che ci siamo quasi," bisbigliò, con voce colma di rancore.
  "Ma stavolta ci siamo davvero, sciocca ragazza!" la rimbrottò l'anziana donna. Da trent'anni la signora Pasqua era la levatrice di fiducia dei Della Croce; aveva fatto nascere tutti i rampolli più giovani della famiglia, da don Marcello in giù, compresa quella rabbiosa ragazzina che si contorceva sul letto rifiutandosi di fare il suo dovere, e non s'era mai trovata in una situazione così ingrata. Sembrava proprio che non avesse nessuna voglia di partorire quel figlio!
  Lanciò un'occhiata interrogativa a donna Marzia, impegnata ad inumidire una pezzuola con l'acqua, ma prima che quella potesse intervenire, Viola cominciò a battere la testa contro il cuscino, urlando come una forsennata. "Levatemi questa cosa di dosso! Levatemela!"
  "E' ora di far entrare il dottore," disse Marzia, esausta. Luciana aprì la porta di comunicazione con il salotto, dove alcune persone angosciate erano in attesa da ore. "Dottore, presto, venite." 
  La porta si richiuse alle loro spalle. Giuseppe e Marcello si scambiarono un'occhiata. "Che starà succedendo?" Nessuno dei due aveva figli, l'uno perché Luciana, sua moglie, non era mai riuscita a condurre  a termine una gravidanza ed era ormai troppo vecchia per riprovarci; l'altro, perché ancora scapolo. Entrambi si chiedevano se sarebbero mai riusciti a sopportare una tale esperienza. Il duca Della Croce, che pure ci era passato molte volte, si stava chiedendo la stessa cosa. Clarissa, seduta accanto a lui, gli prese una mano tra le sue e la strinse affettuosamente.
  "Non preoccupatevi, papà, andrà tutto bene."
  "Ma certo," ribadì Francesca, dall'altro lato. In realtà, non avendo avuto alcuna difficoltà nei loro parti, erano loro stesse molto in ansia.
  Ad un altro lato del salotto, suor Passione di Cristo baciò il crocefisso del rosario prima di riappuntarlo alla cintura della veste. Aveva pregato abbastanza, riteneva, per far nascere almeno una coppia di gemelli, e confidava che la sorella Agata, là nella clausura, stesse facendo la sua parte.
  Si accostò ai due fratelli, che stavano parlottando a bassa voce. "Non credete," mormorò, con cautela, "che bisognerebbe avvertire D'Aquino?"
  "E perché?" sbottò Marcello, rabbioso. "Per farci umiliare di nuovo?"
  La porta del salotto si spalancò e, senza farsi annunciare, il cardinale Vittorio fece il suo ingresso. Aveva il volto scuro, aggrondato. Salutò il padre, baciò le sorelle minori, poi si scusò con loro ed andò a raggiungere i fratelli. "Porto pessime notizie," disse. Il gruppetto gli si strinse attorno.
  Un grido penetrò la difesa della porta e li fece trasalire tutti. "Povera Viola," disse Francesca, facendosi il segno della croce. "Com'è sfortunata."
  "Io non riesco a capacitarmi che un uomo dell'esperienza di D'Aquino si sia potuto comportare così da zoticone," disse Vittorio, davanti all'espressione attonita dei fratelli.
  "Altro che zoticone, questa è una mascalzonata!" Gli occhi di Marcello sprizzavano scintille rabbiose. Vittorio gli mise una mano sul braccio. "Sta' calmo. La tua sciocchezza l'hai già fatta."
  Giuseppe si schiarì la gola. Non amava il ricordo di quanto fosse costato alla famiglia far dimenticare all'autorità pontificia quello sciagurato duello.
  "Avrei dovuto ucciderlo quando ne avevo l'occasione," borbottò il giovanotto. "Adesso non sarebbe libero di andarsene in giro a dire le sue sconcezze su Viola." 
  "Non credo che qualcuno gli crederà," intervenne Giuseppe nel suo modo pacato. "Lo sanno tutti che la ragazzina era pura come un giglio. E' stata sorvegliata a vista da quando era alta così, come tutte le nostre ragazze."
  "Nessuna ragazza può essere sorvegliata costantemente, soprattutto se cresce in una villa di campagna." Notando gli sguardi stupiti dei fratelli, Vittorio sollevò le mani in aria. "Non sto insinuando niente. Metterei la mano sul fuoco sulla virtù di Viola, se fosse necessario, e so che non lo è. Ma è quel che diranno gli altri. Qualcuno disposto a credere il peggio c'è sempre."
  Che grande guaio, pensò il cardinale. E tutto per un banale accidente di natura che, lo dicevano i migliori medici, succedeva più di frequente di quanto s’immaginasse. E se anche non fosse stato così… Buon Dio, bisognava proprio essere uno zoticone borghese per farne un simile scandalo!
  La porta della camera da letto si aprì e Luciana s'affacciò sulla soglia, il volto provato ma radioso. "E' una bambina. E' bellissima."
  "Naturalmente!" esclamarono tutti, all'unisono, scoppiando a ridere per il sollievo.

  "Ecco qua la vostra signorina," disse la signora Pasqua, sorridendo al fagottello tra le sue braccia. "Allora, la volete prendere oppure no?" Con una smorfia sul viso stanco, Viola si sollevò faticosamente e, benché solo poco prima avesse dichiarato che non avrebbe mai voluto avere niente a che fare con quella 'cosa', protese le braccia per accogliervi sua figlia.
  "Oh!" esclamò, stupita. "E' una bambina vera."
  "Buon dio!" La levatrice sollevò gli occhi al cielo. "Cosa credevate di aver partorito, un cagnolino?"
  Senza darle retta, la ragazza sfiorò con un dito il faccino arrossato, le sopracciglia appena visibili, i radi capelli chiari della neonata. Nessuna eredità della Mora per sua figlia. Sua suocera sarebbe stata soddisfatta. Preoccupata, sfregò lievemente una macchia rossa sulla fronte, dalla forma vagamente stellata.
  "Quella andrà via," disse la signora Pasqua. "E' solo una macchia di nascita."
  Sospirando di sollievo, si chinò a baciare la piccola fronte segnata. "Stella," mormorò.
  "Si chiama Stella," annunciò poco dopo ai suoi familiari riuniti attorno al letto.
  "Bene, è un bel nome," approvò Giuseppe, resistendo alla tentazione di puntualizzare che, però, non era un nome di famiglia.
  "E' una bellissima bambina," disse il duca, osservando con attenzione la sua ultima nipotina. Una D'Aquino fatta e finita. In altre occasioni questo avrebbe costituito una delusione, ma in questo frangente era un sollievo.
  Viola guardò suo padre e capì che era accaduto qualcosa, qualcosa di non così gioioso come la nascita di una nipotina.
  "Cosa c'è?" chiese bruscamente, volgendo lo sguardo dall'uno all'altro dei suoi familiari. Notò il modo imbarazzato con cui cercavano di evitare i suoi occhi e l'allarme crebbe. "Giuseppe? Vittorio, che succede?"
  I figli guardarono interrogativamente il duca: nei minuti precedenti lo avevano messo al corrente della novità e spettava a lui ora prendere una decisione. Viola se ne accorse.
  "Papà? Ditemi cosa c'è."
  "E' meglio che lo sappia," disse don Marzio senza rivolgersi a nessuno in particolare. Luciana tentò di protestare, ma egli la interruppe. "Lo verrebbe a sapere in ogni caso."
  Il duca sedé con una certa difficoltà sul bordo del letto e prese nella sua la mano della figlia. "Sii forte, bambina. D'Aquino si è rivolto alla Sacra Rota per ottenere l'annullamento del matrimonio, e quindi il disconoscimento della paternità di Stella. E' l'unico modo in cui può tornare libero."
  Il volto di Viola si fece mortalmente pallido. "Come… come può fare una cosa simile?" Si volse di scatto a Vittorio. "Può farlo?"
  "Può provarci," ammise il fratello. "E se avesse qualche prova…"
  "Prova? Che prova vuole, oltre a questa?" gridò la ragazza, indicando la neonata tra le sue braccia. Le grida destarono la piccina, che cominciò a fare dei buffi versetti.
  In cerca di conforto, Viola strinse a sé la figlia addormentata ed uno strano miscuglio di sentimenti si impadronì del suo cuore: amore, possessività, ed un feroce senso di protezione
  "Non ci riuscirà", affermò con decisione, alzando lo sguardo sui familiari, "Non farà di mia figlia una bastarda, capite? Stella avrà il cognome che le spetta. Ve lo giuro."

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  Grafica e sito di Silvia Basile
Immagine di Max Ginsburg - www.ginsburgillustration.com
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